La sapienza latina

De Crescenzo è certamente dotato di una estensione e di una capacità melodica fuori dal comune però è stato capace, nel corso di pochi anni, di raffinarla fino a renderla emblema di mille ricordi musicali. C'è, ad esempio, il timbro acuto degli chansonniers italiani (e napoletani) della prima metà del secolo, tutti protesi a dare corpo al ruolo del tenore leggero. Oppure, c'è il gorgheggio virtuosistico del cantante gitano-andaluso di flamenco, un misto di potenza e di voluta afonia al tempo stesso. O ancora, rinveniamo il vibrato passionale del cantante di tango argentino, nella versione più colta dei tempi moderni ma si potrebbe proseguire con altre forme "etniche" africane, come, citando a caso, le "storie cantate" del congolese Mory Kante.
Musica mediterranea e latina di vasta estensione, insomma, con un altro elemento basilare: i suoi caratteri si definiscono non soltanto nella astratta composizione (ritmo, melodia, orchestrazione) ma soprattutto nell'esecuzione.
Quando si ascolta De Crescenzo, la cosa "salta all'orecchio". Al di là del riconoscimento di vari generi, infatti, nelle sue canzoni si percepisce perfettamente l'esistenza di un margine di rischio e di inaspettatezza, come se lo spartito fosse solo un canovaccio dal quale possono uscire variazioni ed improvvisazioni a piacere.
Quasi istintivamente, così, accade che ci si lasci andare – nonostante una indiscutibile sofisticazione di parole e musica – agli effetti sentimentali prodotti dall'autore. Emozioni come quelle della nostalgia, del rimpianto, dell'elegia, fluiscono dirette, poetiche, liriche da queste esecuzioni: anche qui nella più perfetta tradizione mediterranea.
Eppure c'è da giurare che nulla delle canzoni di De Crescenzo è spontaneo. Il critico più accorto saprà riconoscere lo studio, la cultura, il virtuosismo di certi passaggi. Ma questo è il bello dell'arte da che il mondo è mondo. Un teorico del Cinquecento, Baldasar Castiglione, definiva questa dote col nome di "sprezzatura", e nel Seicento un altro saggio di corte, Torquato Accetto, la denominava "dissimulazione onesta".
Volevano dire che il vero sapiente non fa mai nulla per caso ma la sua capacità in questo può essere misurata: che il pubblico percepisce l'opera come naturale e immediata. E' tutto qui, forse, anche il segreto di Eduardo De Crescenzo.

Omar Calabrese
1995